
Perché può essere così difficile accettare il modo di apprendere di mio figlio, mia figlia?
Andare bene a scuola: quante volte lo diciamo, lo pensiamo, lo desideriamo per i nostri figli e figlie?
Eppure, raramente ci fermiamo a chiederci che cosa significhi davvero.
“Andare bene” per chi? E in base a quali criteri?
Nella nostra cultura, “andare bene a scuola” è spesso sinonimo di buoni voti, velocità, precisione, capacità di adattarsi a regole e richieste. Ma se guardiamo la Scuola come un luogo di crescita della persona, e non solo di prestazione, la prospettiva cambia radicalmente.
Andare bene può voler dire sentirsi in cammino, curiosi, liberi di esplorare, capaci di affrontare difficoltà senza perdere fiducia in sé.

Quando mettiamo al centro la persona, e non solo il risultato, anche l’apprendimento diventa un’esperienza più vera, più umana.
Accettare se stessi per accogliere l’altro
Accettare il modo di apprendere di un figlio o di una figlia può non essere sempre facile.
Non perché manchi l’amore, ma perché spesso quella difficoltà tocca qualcosa dentro di noi.
Accettare l’altro richiede prima di tutto di accettare noi stessi: i nostri limiti, le nostre fragilità, i nostri ricordi di quando eravamo bambini e studenti.
Come ricorda Milano Psicologa nell’articolo “L’accettazione: un passo verso il benessere”, se un bambino, bambina non si sente amatə e accoltə per ciò che è, ma solo per ciò che realizza, rischia di costruire un’immagine di sé fragile, sempre in cerca di conferme, invece che radicata nel proprio valore personale.
L’autostima, infatti, nasce nelle relazioni. Come si legge in un articolo dedicato all’età evolutiva pubblicato sulla rivista di psicologia State of Mind, «l’immagine di sé del bambino si costruisce attraverso i rimandi che riceve dalle persone significative».
Se il bambino, la bambina percepisce che “valgo solo se prendo un bel voto”, può interiorizzare l’idea che il proprio valore dipenda dal giudizio esterno.
Ecco perché l’accettazione incondizionata, quella che non dipende dal risultato, è una forma d’amore che libera, che nutre, che educa.

L’esperienza scolastica dei genitori: un’eredità silenziosa che può compromettere l’accettazione incondizionata
Molto spesso, quando accompagniamo i nostri figli e figlie nel loro percorso scolastico, portiamo con noi la nostra storia.
C’è chi ricorda la scuola come un luogo di gioia e scoperta, e chi come uno spazio di ansia, competizione o giudizio.
Quei ricordi, anche se lontani, continuano a parlarci e influenzano il modo in cui viviamo la scuola dei nostri figli, figlie.
A volte la paura di rivedere in loro le nostre difficoltà ci porta a pretendere di più, o a controllare di più.
Altre volte il desiderio di proteggerli ci spinge a intervenire troppo, quasi a sostituirci.
E dietro tutto questo, spesso, si nasconde la paura di essere giudicati come genitori: “Se mio figlio non va bene, penseranno che non sono abbastanza o che non faccio abbastanza”.
Tutto questo però può portare all’insorgere di tensioni sottili, che minano la serenità della relazione e rendono la scuola un terreno di confronto più che di incontro.
Uno studio pubblicato su FrancoAngeli mostra come il rendimento scolastico e l’autostima dei bambini siano collegati, e come l’ansia possa interferire con il loro benessere.
Proprio per questo, creare a casa e a scuola ambienti fondati sulla fiducia, piuttosto che sul giudizio e sulla valutazione, diventa fondamentale: in questi contesti i bambini e le bambine sviluppano sicurezza e serenità, trovando dentro di sé la motivazione per apprendere con tranquillità e consapevolezza nelle proprie capacità.
La paura del giudizio: quando il voto diventa un riflesso di noi
Viviamo in una società che misura, confronta, classifica.
E in questo clima, la paura del giudizio cresce facilmente: il bambino, la bambina teme di non essere all’altezza, il genitore teme di essere “visto” attraverso i voti del figlio, della figlia.
Ma i voti non raccontano tutto.
Un voto non dice quanto coraggio c’è stato nel provare, quanta creatività nel cercare soluzioni, quanta sensibilità nel vivere le relazioni in classe.
Se cominciamo a vedere la valutazione come un’informazione e non come una sentenza, restituiamo ai bambini la libertà di imparare senza paura. Di imparare al “loro modo”.

Accogliere il modo di apprendere di ogni bambino
Ognuno di noi ha un suo modo di apprendere, un suo ritmo, un suo stile.
C’è chi ha bisogno di tempo, chi apprende meglio con il corpo, chi ha bisogno di ascoltare e chi di vedere, c’è chi studia stando seduto alla scrivania e chi per farlo ha bisogno di “muoversi”…
Non esiste un modo giusto o sbagliato: esiste il modo che funziona per quella persona.
Ecco alcune direzioni utili per chi accompagna i bambini e le bambine nel loro percorso di crescita:
- Spostare l’attenzione dal risultato al processo.
Celebrare l’impegno, la curiosità, la costanza, non solo il voto finale.
L’apprendimento non è una linea retta: è fatto di salite, cadute e nuovi inizi. - Rispettare tempi e stili personali.
Alcuni bambini hanno bisogno di fermarsi e riflettere, altri di sperimentare.
L’ascolto e la flessibilità aprono spazi di fiducia. - Favorire il dialogo sull’apprendimento.
Domande come “Cosa ti aiuta a capire meglio?” o “Cosa ti mette in difficoltà?” trasformano lo studio in un terreno di consapevolezza e non di controllo. - Distinguere tra sostegno e sostituzione.
Aiutare non significa fare al posto del figlio, ma camminare accanto a lui, lasciandogli lo spazio per provare, sbagliare, riuscire. - Riconoscere il peso della propria storia.
Fermarsi a riflettere su come è stata la nostra esperienza scolastica aiuta a non proiettarla sui figli.
È un atto di libertà, per noi e per loro.
Verso una scuola che accoglie le persone, non solo i risultati
Quando un bambino, una bambina si sente accoltə per ciò che è, anche l’apprendimento fiorisce.
La fiducia e la relazione sono i veri terreni fertili per crescere, non la paura del voto o del confronto.
Una scuola che educa al rispetto dell’unicità è una scuola che genera autenticità.
E un genitore che riesce a guardare il proprio figlio, la propria figlia con uno sguardo libero dal giudizio crea intorno a lui/lei un ambiente dove è possibile imparare con piacere, senza paura di non “andare bene”.
L’approccio centrato sulla persona, quello che guida il mio lavoro come counsellor rogersiana, ci ricorda che ogni essere umano ha dentro di sé una naturale tendenza alla crescita, che fiorisce quando si sente accolto e compreso.
E questa accoglienza comincia proprio da noi adulti: quando impariamo a dire “Va bene così”, a noi stessi e ai nostri figli, figlie.
Perchè “andare bene a scuola” non significa essere perfetti…
Andare bene a scuola, dal mio punto di vista, e dall’esperienza che porto con me dopo tanti anni tra i banchi e nelle relazioni educative, significa sentirsi in cammino, sostenuti e liberi di imparare.
Ogni bambino e ogni bambina ha un proprio modo di apprendere, e ogni genitore ha un proprio modo di accompagnare: entrambi sono percorsi unici, che si incontrano, si intrecciano e si trasformano insieme.
Quando impariamo ad accoglierci per ciò che siamo, con la nostra storia e le nostre imperfezioni, diventiamo più capaci di guardare l’altro (bambini, alunnii…) con comprensione e senza giudizio.
In quello sguardo nuovo, più gentile, più autentico, il bambino si sente libero di essere se stesso e di scoprire come apprende davvero.
“Non devi essere il migliore. Devi solo essere te stesso, e scoprire come impari meglio”
Ed è proprio lì, nello spazio della fiducia reciproca tra genitore e figlio, che l’apprendimento diventa un atto d’amore: un cammino di crescita condiviso, che fa bene a entrambi.
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Un abbraccio,
Ilenia

