Bambino imbarazzato di fronte ad un suo errore

Perché l’errore fa così paura? (Anche se diciamo il contrario)

“Sbagliando si impara” è una delle frasi più usate quando si parla di scuola, educazione e apprendimento. 

La sentiamo ripetere da insegnanti, genitori, formatori. La leggiamo nei libri di pedagogia e nei documenti ufficiali. Sembra una verità condivisa, quasi scontata.

Eppure basta entrare in una casa durante i compiti o aprire il quaderno di un bambino, di una bambina per accorgersi che qualcosa non torna.
Se davvero credessimo che l’errore è parte dell’apprendimento, perché genera così tanta tensione? Perché scatena ansia, fretta, rabbia, senso di inadeguatezza?

Matita che cancella una parola

La verità è che tra ciò che diciamo sull’errore e ciò che facciamo quando l’errore appare, c’è spesso una distanza enorme. A parole l’errore è “utile”, nella pratica diventa qualcosa da correggere in fretta, da evitare, da nascondere e smettendo così di essere uno strumento di crescita e iniziando a trasformarsi in quello che potremmo definire un “peso emotivo”.

L’errore come esperienza di crescita… almeno all’inizio

Nei primi anni di vita l’errore, in teoria, non dovrebbe spaventare. I bambini e le bambine cadono, si rialzano, riprovano, sbagliano parole, inventano soluzioni. Il corpo e il linguaggio si costruiscono proprio attraverso tentativi continui, aggiustamenti, imperfezioni.

Eppure, già in questa fase, qualcosa può incrinarsi.
Quando l’adulto inizia a preoccuparsi se un bambino non cammina “nei tempi giusti”, se non parla abbastanza presto, se non raggiunge rapidamente certe tappe, l’errore, o meglio lo scarto rispetto a un’attesa, smette di essere neutro. Diventa motivo di ansia, di confronto, talvolta di allarme e su questa base, più avanti, l’errore a scuola troverà un terreno già sensibile.

Con la scuola arrivano infatti la valutazione, il confronto, il “giusto” e lo “sbagliato” segnati sul foglio. E, lentamente, l’errore cambia significato.
Non è più solo un passaggio del processo, ma diventa un segnale, un’etichetta, a volte persino una misura del valore personale.

A questo punto è naturale porsi una domanda fondamentale, che attraversa tutta l’esperienza educativa:
quando l’errore smette di essere uno strumento di apprendimento e inizia a togliere valore a chi lo commette?

Mamma fa notare un errore sul quaderno al bambino

La misura dell’errore e lo sguardo dell’adulto

A un certo punto della crescita, sentirsi liberi di sbagliare diventa difficile e non perché i bambini, le bambine cambino, ma perché cambia lo sguardo che ricevono.

Ogni adulto, molto spesso senza rendersene conto, ha una propria soglia di tolleranza dell’errore.
Una sorta di misura invisibile: quanti errori sono accettabili, quali sì e quali no, per quanto tempo.

Su questa misura che bambini e bambine iniziano a regolarsi.

I bambini e le bambine hanno infatti antenne finissime, colgono lo sguardo, il tono, la tensione e ancora più importante, capiscono se lo sguardo dell’adulto è di accettazione o di giudizio e quello sguardo, nel tempo, diventa lo sguardo che imparano a rivolgere a sé stessi/e.

Così è facile che prenda forma in loro un pensiero silenzioso ma potentissimo:

“Sto sbagliando troppo. Lo vedo negli occhi di mamma, papà, insegnante. Quindi in me qualcosa non va”.

Sbagliare “troppo”… ma troppo per chi?

Quando l’errore fa paura… più all’adulto che ai bambini e alle bambine!

Da counsellor rogersiana e da ex insegnante di Scuola Primaria posso dirlo con chiarezza: spesso non è l’errore in sé a spaventare i bambini, le bambine ma la reazione che temono da parte degli adulti.


L’ho visto con i miei occhi, prima nelle mie classi per vent’anni e oggi nelle consulenze con i genitori: sono i micro-segnali quotidiani, più che le teorie sui libri, a raccontare come i bambini e le bambine interiorizzino il significato dell’errore.

Voglio raccontarti in questo articolo alcuni episodi che probabilmente ti faranno forse sorridere, ma in realtà parlano di una paura profonda, molto diffusa. Il mio obiettivo non è giudicare, ma aprire una riflessione su quanto la paura dell’errore possa rallentare, o addirittura bloccare, l’apprendimento e la crescita emotiva.

Si tratta di alcuni “trucchetti” che i mei alunni, alunne mettevano in atto per evitare l’errore. Il primo che mi viene in mente era di quando durante le correzioni di gruppo usavano con precisione la penna rossa, rosa o verde, come richiesto per segnare lo sbaglio che poi avrebbero potuto correggere, ma con un piccolo escamotage: infilavano all’interno del fusto colorato la mina di una penna blu. Così, all’insegnante (a me) arrivava la correzione “ufficiale”. A casa, il quaderno appariva pulito.

Per loro non era un gioco e non era nemmeno una sfida nei miei confronti. Era paura.

Voglio raccontarti anche dei tantissimi bambini che ho visto copiare dal compagno non per mancanza di interesse o perché impreparati, ma perché l’errore veniva percepito come peggiore del copiare.
E poi ci sono i racconti dei compiti a casa che da insegnante mi venivano riportati durante i colloqui con i genitori e che oggi trovano spazio all’interno delle mie consulenze: lentezza, esitazioni, errori ripetuti e, di fronte a questo, l’adulto spesso si irrigidisce, si agita, incalza, perde la pazienza.

Proprio come se l’errore sia qualcosa da evitare, da cancellare, da punire invece che da comprendere e accompagnare.

Questa visione rigida contrasta profondamente con pensieri come quello espresso da Rita Levi-Montalcini nel suo libro Elogio dell’imperfezione, dove l’imperfezione e gli errori non sono difetti da nascondere, ma condizioni che ci spingono a osservare, aggiustare e crescere, proprio come accade nel processo di apprendimento autentico. Qui trovi un articolo che racconta il significato profondo dell’imperfezione secondo Rita Levi-Montalcini.

Bambino che cancella con gomma sul foglio

Il grande fraintendimento: pensare che l’errore sia sempre negativo

Nel tempo, spesso in modo inconsapevole, abbiamo trasmesso un messaggio molto chiaro: sbagliare non va bene. Anche quando diciamo il contrario, i nostri atteggiamenti raccontano altro.

Il risultato? Bambini e bambine che evitano di provare per paura di sbagliare, che cercano strategie per nascondere l’errore, che associano il proprio valore personale al risultato, che sviluppano ansia da prestazione già nei primi anni di scuola.

Questo non ha nulla a che vedere con la motivazione allo studio, ma ha tutto a che fare con il clima emotivo in cui l’apprendimento avviene.

Non tutti gli errori sono uguali: imparare a riconoscerli

Dal punto di vista dell’apprendimento è fondamentale chiarirlo: gli errori non sono tutti uguali e non raccontano tutti la stessa cosa. Di seguito ne elenco alcune tipologie, le più comuni.

Ci sono errori legati alla distrazione o alla stanchezza, che parlano di carico cognitivo ed emotivo.
Errori di fretta, nati dalla pressione del tempo o dall’ansia di prestazione.
Errori di applicazione, in cui il concetto è stato compreso ma non ancora automatizzato.
Errori legati ai Disturbi Specifici dell’Apprendimento, che raccontano un funzionamento neurodiverso e richiedono strumenti adeguati.
Ed errori che indicano semplicemente che quel contenuto non è ancora stato compreso.

Trattare tutti gli errori allo stesso modo significa perdere il loro significato educativo e soprattutto significa perdere una grande occasione: leggere il bisogno che c’è dietro l’errore.

Cosa ci dice la neuroscienza sull’errore?

La dott.ssa Daniela Lucangeli lo spiega in modo chiaro nel libro “Se sbagli fa niente” (Erickson): il cervello impara proprio grazie all’errore, l’errore infatti segnala uno scarto tra ciò che sappiamo e ciò che dobbiamo ancora costruire.

Ma, affinché questo scarto possa essere colmato, c’è una condizione fondamentale: quando l’errore viene associato a paura, umiliazione o giudizio, il cervello attiva sistemi di difesa che ostacolano l’apprendimento.

Quando invece viene accolto come semplice informazione, il cervello resta aperto, curioso, disponibile a riorganizzare le conoscenze. Se ti va di approfondire puoi leggere l’ intervista alla dott.ssa Lucangeli qui.

Uno sguardo rogersiano: l’errore non definisce la persona

Nell’approccio centrato sulla persona, che orienta profondamente il mio lavoro di counsellor, l’errore non definisce chi sbaglia: il bambino non è l’errore che fa.

Accoglienza positiva incondizionata, empatia e autenticità diventano fondamentali proprio nei momenti di difficoltà, anche nei processi di apprendimento.

Quando un adulto riesce a trasmettere, con parole e atteggiamenti coerenti: “Ti vedo. L’errore non cambia il tuo valore” il bambino, la bambina si sente al sicuro. E solo quando ci sentiamo al sicuro possiamo imparare davvero.

Essere adulti accanto ai bambini e alle bambine che apprendono non significa eliminare l’errore, ma aiutarli a leggerlo, chiedendosi al esempio cosa quell’errore stia raccontando, se parla di processo o di comprensione, di fatica o di bisogno di tempo. Significa cambiare postura educativa.

Cosa possiamo fare, ogni giorno?

Nella quotidianità educativa non servono strategie complesse o soluzioni miracolose. Spesso il primo passo è rallentare. Rallentare prima di reagire a un errore, prima di correggere, prima di intervenire con parole che rischiano di arrivare come giudizi.
Quando ci prendiamo un momento per osservare, l’errore smette di essere un problema da eliminare e diventa un messaggio da ascoltare.

Possiamo poi imparare, giorno dopo giorno, a separare l’errore dal valore della persona. Dire, e soprattutto mostrare, che sbagliare non significa “essere sbagliati” è uno dei regali più grandi che possiamo fare a un bambino, bambina. È un messaggio che passa dallo sguardo, dal tono di voce, dalla postura emotiva molto più che dalle parole.

Normalizzare l’errore come parte del percorso di apprendimento significa restituirgli il suo posto naturale: quello di passaggio, non di etichetta. Significa aiutare bambini e bambine a capire che l’apprendimento non è una linea retta, ma un processo fatto di tentativi, aggiustamenti, tempi diversi (guarda qui il mio reel in proposito)

E poi c’è il tempo, perché offrire tempo agli apprendimenti è un atto profondamente educativo. Vuol dire rispettare i ritmi, accogliere le fatiche, costruire un clima emotivo sicuro in cui non ci sia fretta di “arrivare”, ma spazio per stare.

Sbagliando si impara… se glielo permettiamo 

In sostanza, perché “sbagliando si impara” non resti uno slogan vuoto, serve qualcosa di più delle buone intenzioni. Serve coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo ogni giorno. Serve uno sguardo capace di rallentare, di restare curioso, di essere profondamente umano anche davanti all’errore.

I bambini non hanno paura di ciò che non sanno, ma hanno paura di sbagliare e di sentire, anche solo per un attimo, che il loro valore possa diminuire agli occhi di chi per loro conta davvero.

Quando l’errore non mette in discussione l’amore, l’accettazione, il riconoscimento, allora smette di fare paura e i bambini e le bambine iniziano a fidarsi di più di sé, delle proprie risorse e del proprio modo unico di imparare. Sono queste le condizioni in cui l’ apprendimento può finalmente fare il suo lavoro.

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Un abbraccio,

Ilenia